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Madonna
del Carmine Regina decor Carmeli.
Il nominativo trae origine dal monte Carmelo in Palestina. Nel
1155 il crociato Bertoldo dalla Calabria fondò sul monte Carmelo l’eremo trasformato nel 1242 in ordine monacale carmelitano. Nel 1257
al superiore generale dei carmelitani, l’inglese
San Simone Stock, apparve la
Beata Vergine del Carmelo accompagnata da una
schiera di angeli a fargli dono di scapolare dell’Ordine con l’assicurazione che all’indossarlo avrebbe
garantito, grazie alla sua protezione, la salvezza del fuoco esterno. Lo
scapolare è una specie di distintivo di confraternità che si compone di due
piccoli rettangoli di stoffa spesso con immagini sacre, pendenti sul petto e
sul dorso mediante due nastri. Oggi questo tipo di scapolare è frequentemente
sostituito da una medaglietta con l’adeguata
immagine. La diffusione dei Carmelitani in Europa si verificò soprattutto per opera
dei reduci crociati. Il culto della Madonna del Carmelo dilagò in Europa
assieme all’attività dei Carmelitani che
predicarono ascesi e penitenza con particolare zelo apostolico. Nacquero
allora numerose chiese intitolate alla Madonna del Carmine (o Carmelo). Una
della più antica è senz’altro la trecentesca storica
chiesa
di Santa Maria del Carmine a Napoli che è fra le più onorate della devozione
popolare. La miracolosa Vergine del Carmelo è chiamata dai napoletani “ Madonna Bruna” probabilmente per il colore scuro della veneratissima
icona. In una delle cappelle di quel tempio si trova un dipinto di Mattia Preti
che rappresenta la Vergine
che offre lo scapolare del Carmelo a San Simone Stock. Nel 1726 il Papa
Benedetto XII introdusse in tutta la chiesa, la celebrazione della Beata
Vergine del Carmelo in data 16 luglio. In quel giorno festeggiano il proprio
onomastico tutti coloro che portano il nome Carmelo o Carmela, Carmine, Carmen
e composti tipo Maria Carmela.
Alina Adamczyk Aiello
Tratto
dal "VILLA
BALDASSARRI E LA CHIESA" di Don Carmelo Guarini
Breve
storia dell'abitato e della parrocchia
Villa
Baldassarri, nel 1600, era un villaggio
costituito da un insieme di edifici rurali o
di campagna; da quì la denominazione "Villa".
La
sua antichità è ricordata, tra gli altri storici
regionali, dal Prof. Cosimo De Giorgi, nella
sua opera "Geografia fisica", nella
quale si legge che "nel 1301 appartenne
al Monastero dell'Isola di S. Pietro in Taranto".
Sappiamo anche che, nel 1600, I proprietari
di queste erano obbligati a versare le
decime all'Abazia di S. Andrea dell'Isola in
Brindisi. Questa doppia appartenenza, secondo
Domenico Bacci, si può spiegare in questi termini:
"L'attribuzione di questa terra al Monastero
di S. Pietro in Taranto, deve essere nata per
indicare che tutti I basiliani erano in certo
qual modo dipendenti da quell'illustre e proto
Monastero insignito per la sua supremazia del
titolo di 'Imperiale' dagli imperatori di Costantinopoli,
e i beni ad esso pertinenti erano 'terrae imperiales'
sebbene, la sua dipendenza diretta ed immediata
fosse dall'Abazia di S. Andrea dell'Isola in
Brindisi". Agli inizi del 1600, in seguito
alla divisione di detto feudo, una parte considerevole
di terreni, insieme alla Masseria della famiglia
Giannino, divenne proprietà della famiglia Baldassarro
di Lecce. I casolari disseminati in questo territorio
non costituiscono ancora una borgata. Solo nel
1795, nella statistica del Regno di Napoli,
troviamo annotato: "Baldassarri Villa -
Diocesi di Brindisi- feudo dell'Abbadia di S.
Andrea in Insula -d'aria malsana- popolazione:
250 abitanti". Al centro delle abitazioni
rurali, sorgeva una Cappella dedicata a S. Maria
del Carmelo. Queste notizie si trovano in una
quantità di documenti originali, conservati
nell'Archivio di Stato di Lecce e citati dall'archivista
Prof. Tanzi:
-
Nel 1612 Lucrezio Baldassarro stabilisce un
censo sopra la sua proprietà situata in Villa
Baldassarri; vi è compresa la Cappella.
-
Nel 1633 la proprietà di Lucrezio fu venduta
a Domenico Farro e Marco Saetta, i quali non
soddisfarono la decima dovuta all'Abazia di
S. Andrea dell'Isola; la proprietà fu esposta
all'asta pubblica e comperata dal chierico Marzo
Vignes.
-
Un atto notarile del 1637 dichiara che Giacomo
Baldassarro possedeva una Masseria nel feudo
di Monicantonio "in loco dicto Baldassarri".
-
Un documento nel 1637 attesta che suor Eugenia
Braccio faceva donazione a Bernardino
Simone e a Gianpietro Braccio di una Masseria
denominata "li Baldassarri", vicino
ai Benefici della Cappella della Madonna del
Carmelo "cum immagine Sanctae Mariae Montis
Carmeli".
-
Nel 1690 Oronza Baldassarro da Lecce si maritava
con Girolamo Rubino e portava in dote una Masseria
detta "li Baldassarri".
Villa
Baldassarri, non avendo mai avuto una propria
Università (=Municipio), andava soggetta,
quanto ai beni, ai catasti delle Università
di Campi, Guagnano, Cellino, Sandonaci e Squinzano;
finchè nel 1811 fu svincolata da ogni dipendenza
a tanti paesi e aggregata all'Università di
Guagnano. Se all'indipendenza civile si arrivò
solo nel 1811, l'indipendenza religiosa risale
a molto tempo prima, cioè al 1767. Erroneamente
Giacomo Arditi data 1756 l'erezione canonica
della Chiesa di Villa Baldassarri a parrocchiale
vicariale, ad opera di mons. Angelo De Ciocchis,
arcivescovo di Brindisi.
La
mia ricerca approda ad un altro risultato. L'arcivescovo
di Brindisi, mons. Giuseppe De Rossi, in occasione
della sua seconda Santa Visita alle parrocchie
della diocesi, con decreto del 12 giugno 1767,
elevata Villa Baldassarri a Chiesa Parrocchiale
Vicariale, con il consenso del Capitolo e dell'Arciprete
di Guagnano.
Don
Francesco Frassaniti fu nominato primo vicario
sacramentale nel 1768; egli percepiva una rendita
annua di 40 ducati dal Commendatario e 10 ducati
dalla popolazione per la Messa festiva. Nel
1600 la Cappella di S. Maria del Carmelo godeva
già di alcuni benefici:
-
la famiglia Giannino aveva legato un beneficio
all'altare di S. Andrea Apostolo, nella medesima
Cappella.
-
nel 1689 Alessandro Baldassarro intestò un beneficio
alla Cappella, con atto testamentario rogato
dal Notaio Padovano di Guagnano. Nel 1800 il
Beneficio si è accresciuto ulteriormente: tra
gli altri, un terreno, in contrada Quarta, era
stato donato alla parrocchia da Angelo Marangio
e anna Candido, per i quali c'era l'obbligo
di celebrare ogni anno una Messa.
A
partire dall'Unità d'Italia, patrono della Chiesa
è il Re.
La
povertà di mezzi e di persone non hanno impedito
alla popolazione e alla parrocchia di Villa
B. di vivere momenti di festa e di gioia. Oggi
non mancano nè i mezzi nè le persone; occorre
solo una scintilla che accenda una solidarietà
nuova e aiuti tutti a scoprire ciò che serve
alla crescita della comunità.
La chiesa di pietra: antico e nuovo
La Cappella del 1600 doveva essere abbastanza piccola. Aveva
tre altari: quello maggiore, sul quale era collocata un’immagine della Madonna
del Carmelo (un dipinto ad olio su tela), un secondo altare intitolato a S. Andrea
Apostolo e un terzo al SS. Crocifisso.
Nella prima metà del 1700 la Cappella veniva ingrandita una
prima volta.
L’arcivescovo di Brindisi, mons. Giuseppe De Rossi, nel
1767, in occasione della S. Visita, alla quale abbiamo già fatto riferimento
nel primo capitolo, promuoveva un secondo ampliamento.
Nel 1767, oltre all’altare maggiore, troviamo un’altare
dedicato alla B.Vergine del Carmelo e un altro al SS. Crocifisso.
Il secondo ampliamento fu realizzato grazie alla
sollecitudine e alla generosità dell’arcivescovo, mons. Annibale De Leo. Completati i lavori, la
chiesa fu benedetta nel 1801 dall’economo curato Tarentini di Guagnano.
L’arcivescovo, mons. Giuseppe Rotondo, in occasione della
sua prima S. Visita, nel 1847, chiedeva alle parrocchieuna relazione circa lo
stato della chiesa e l’inventario della degli arredi.
Nella relazione presentata il 16 ottobre dello stesso anno
dell’economo curato di Villa Bbaldassarri, don Giuseppe Gravili, si legge che
la chiesa “possiede un corredo abbondante e decoroso”, ma la situazione
dell’edificio dal punto di vista murario risulta pietosa, a causa delle
“infiltrazioni d’acqua nel solaio della chiesa e della sacristia”.
Nella chiesa troviamo i seguenti altari:
-altare maggiore, intitolato alla Madonna del Carmelo (il
dipinto su tela non è ancora stato distrutto);
-altare dell’Immacolata Concezione, con una pala dipinta ad
olio ed una statuetta della Madonna;
-altare della Purificazione;
-altare di S. Giuseppe, sul quale era collocata una tela
dipinta ad olio, raffigurante la morte del santo;
-altare di S. Antonio Abate, con una statua del santo in
pietra leccese.
L’ultimo ampliamento della chiesetta è stato realizzato
nella prima metà di questo secolo: sono stati ricavati il presbiterio e
l’abside semicircolare nel luogo in cui sorgeva una vecchia abitazione,
comprendente un vano a piano terra e uno a primo piano.
I restauri sono stati più numerosi degli ampliamenti; anche
gli altri hanno subito numerosi spostamenti.
Nel corso dell’ultimo restauro, completato nel 1957, sono
stati tolti gli altri laterali, creando tra pilastro e pilastro un secondo
muro, non di sostegno, ma innalzando semplicemente per poter realizzare su di
esso degli affreschi. Un’intercapedine di circa quindici centimetri separa il
muro nuovo da quello antico.
Ma nella chiesa cosa è rimasto di antico, oltre ai blocchi
di carparo e al materiale terroso di cui sono composti i muri?
Solo due oggetti che risalgono alla fine del 1700 –
Inizi del 1800 (mancano testimonianze per poter essere più
precisi):
una statua di S. Antonio Abate, in pietra leccese, di 90 cm di
altezza
un ciborio scolpito su un blocco unico di pietra leccese.
Di fattura piuttosto recente
(risalgono cioè ai primi anni di questo secolo) le statue in cartapesta: la
Madonna del Carmine col Bambino, l’Immacolata, l’Addolorata, Gesù Morto, S.
Giuseppe, S. Antonio Abate, S. Antonio di Padova, il Cuore di Gesù.
In questi ultimi anni, prima di
procedere ai restauri dell’interno, è stata richiesta la consulenza di esperti,
per dare una sistemazione armoniosa ai vari elementi.
Nel gennaio del 1987, Ave
Cerquetti e una sua assistente, del Centro Arte Sacra di Loppiano (FI), hanno
compiuto un sopralluogo alla chiesa, formulando alcune proposte.
L’idea di fondo che ha guidato la
sistemazione dei vari elementi e l’inizio del restauro è stata la seguente:
restituire alla chiesetta la semplicità del suo stile, eliminando tutto ciò che
di artificioso è stato aggiunto in un secondo momento.
Con il contributo di idee fornito
da Ave Cerquetti e sentita la Commissione Arte Sacra di Brindisi, si è
proceduto alla seguente sistemazione:
di fronte alla porta d’ingresso è stato collocato il
battistero: la vasca battesimale di mt. 2,50x 1,80 sulla parete di
fondo.Quest’opera è stata realizzata dal prof. Giuseppe Rosato di Guagnano.
Il bassorilievo presenta il
popolo di Israele che attraversa il Mar Rosso, in cammino verso la terra
promessa. Questa è una delle quattro immagini bibliche, presenti nel muovo
rituale del battesimo. Intende richiamare alla mente che il popolo dei
battezzati è in cammino verso la patria celeste ed è impegnato a liberarsi
della zavorra terrena. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato fortemente
questa idea.
guardando verso l’abside, a destra, è stato collocato il
Santissimo Sacramento.
La nicchia che deve essere
internamente rivestita in oro, ospita il ciborio in pietra leccese.
Intorno una cornice in pietra
bianca di Carovigno.
di fronte al Santissimo Sacramento è stato realizzato un
mosaico, che rappresenta la Madonna col Bambino e uno scorcio di Villa
Baldassarri, opera di un’equipe denominata “AMOSAICO”;
sul presbiterio si è voluto lasciare solo la mensa e l’ambone:
l’annunzio della Parola e la sua spiegazione, la celebrazione della Cena
Eucaristica esprimono la dinamica della comunione.
Ed è ‘da lì’che la comunione
parte ed ‘è lì’che ritorna.
In alto nella semicupola
dell’abside, l’Ultima Cena dipinta nel 1956 da Salvatore Murra;
in fondo alla chiesa, sopra il confessionale, sarà collocato
un bassorilievo raffigurante Gesù nel deserto che viene tentato dal diavolo e
ne esce vittorioso;
di fronte, sempre in fondo alla chiesa, sopra il Gesù Morto e
l’Addolorata, sarà realizzato un altro bassorilievo, che avrà per tema: Gesù
risorto con i beati.
I dipinti del soffitto sono stati realizzati nel 1955-56 da
Salvatore Murra, pittore-decoratore di Latiano.
In mezzo ai tanti tondi di angeli, due figure sono state
messe in rilievo: la Madonna del Carmelo che consegna lo scapolare a S. Simone
Stok e S. Antonio Abate; sopra la porta maggiore le figure dei santi Pietro e
Paolo.
Attualmente questi dipinti abbisognano di restauro, perché
in questi anni, a causa delle infiltrazioni di acqua nel soffitto, si sono
deteriorati.
Non basta costruire; molta più fatica e cura si richiede per
conservare.
Un
altro aspetto della vita di comunità è il rapporto tra clero e laicato.
Ci sono a Villa dei ricordi
popolari, a proposito dei rapporti tra parroco e fedeli.
Questo fatto è realmente accaduto
nella prima metà del 1900.
Il parroco (si dice il peccato,
ma non il peccatore) di Villa Baldassarri aveva celebrato una Messa per un
defunto, familiare di un contadino, e aveva chiesto una tariffa maggiorata
“perché aveva indossato la cappa magna” (questa fu la giustificazione addotta).
Qualche giorno dopo il contadino
fu mandato dal parroco ad arare un terreno del beneficio parrocchiale. Quando
il parroco andò in campagna per controllare il lavoro, trovò il contadino che
lavorava col cappotto, e siccome era estate, gliene chiese il perché.
Ma solo a sera, quando il
contadino si presentò per ricevere il salario della giornata, il parroco seppe
il motivo: quell’aratura col cappotto gli sarebbe costata più del salario
normale.
Non bisogna pensare, comunque,
che il clero non avesse inventiva.
Un parroco di Villa Baldassarri
(non si sa bene chi) introdusse l’usanza che per il matrimonio gli dovessero
portare a lui una gallina bianca; cosicchè, se nel paese non si trovava, gli
sposi dovevano andare in un altro paese per procurarsela.
Forse, con questo espediente, il
parroco desiderava che i parrocchiani sviluppassero lo spirito di ricerca e di
apertura verso i paesi vicini.
- Le
confraternite e l’Azione Cattolica
La Confraternita del SS.
Sacramento e della Beata Vergine
del Carmelo compie cento anni.
Nell’archivio parrocchiale si
conserva la domanda per il riconoscimento, presentata il 26 agosto 1888 dal
sig. Angelo Caputo, primo priore, e il relativo Statuto approvato il13
settembre dello stesso annoall’Arcivescovo di Brindisi, mons. Luigi Maria
Aquilar.
Si conserva anche una copia della
relazione sulla vita della confraternita, indirizzata alla Curia Arcivescovile
di Brindisi e redatta in data 14 maggio 1912 dal parroco don Pasquale di Mella.
Nella suddetta relazione si legge
che lo scopo della con greca è “l’incremento della fede religiosa”; vi
aderiscono come soci una settantina di confratelli, i quali “sono assidui nel
partecipare alle processioni e alle prediche”; inoltre “ogni terza domenica del
mese cantano l’Ufficio Divino”.
Una seconda confraternita, più recente
della prima e solo femminile, si è costituita nel 1920 come “Pia Associazione
del Sacro Cuore di Gesù”.
LoStatuto, presentato dal parroco
don Angelo Lezzi, il giorno 8 agosto, viene approvato il 18 novembre 1920 da
mons. Tommaso Valeri.
Sin dalla fondazione le donne
hanno aderito numerose alla confraternita.
L’Azione Cattolica ha dato un suo
contributo alla crescita spirituale della popolazione di Villa.
Da un registro, che si conserva
nell’archivio parrocchiale, per l’anno 1942-43 risultano 47 iscritti e sino
agli anni ’70 la media si mantiene sui 40 iscritti.
In questo ventennio l’Azione
Cattolica ha operato sia a livello di istruzione religiosa sia attraverso il
teatro; tutto questo purtroppo ha avuto poca incidenza nella vita sociale.
Ciò che è avvenuto a Villa
Baldassarri, comunque, non si discosta molto dalla situazione generale del
Meridione d’Italia; e ciò che si è detto dell’Azione Cattilica, vale anche per
le confraternite. Pietro Borzomati afferma che, nella difficile opera di
mediazione culturale tra il vangelo e la promozione umana del Mezzogiorno e
nella valorizzazione della religiosità popolare, “il movimento cattolico non ha
saputo rispondere alle esigenze spirituali e sociali della popolazione
meridionale”.
Certo, le difficoltà che s’incotravano,
di carattere culturale e spirituale, erano abbastanza serie, come affermava
mons. Nicodemo in una relazione all’Azione Cattolica.
I testi di formazione, si potè
utilizzarli poco, in primo luogo l’analfabetismo era molto diffuso nelle
campagne; in secondo luogo i testi erano molto difficili e più adatti per la
città. In terzo luogo per portare la vita spirituale nel sociale, sarebbe stato
necessario organizzare corsi di arti e mestieri e di aggiornamento nel settore
dell’agricoltura; in quest’ultima, infatti, era impegnato il novanta per cento
degli adulti e dei giovani.
Infine, nel campo più
propriamente politico, sia durante il regime fascista, sia durante il regime
democratico, nel Sud non si fece molto per superare quel male endemico che è
stato e continua ad essere il clientelismo.
Le osservazioni critiche che abbiamo presentato non
vogliono sminuire l’opera compiuta dall’Azione Cattolica e dalle Confraternite.
Semplicemente abbiamo voluto indicare l’orizzonte in cui si è sviluppata la
crescita morale della persona, e la riflessione che si deve compiere per
avviare lo sviluppo della dimensione sociale.
4. Un progetto in via di
realizzazione: il Centro Sociale Parrocchiale.
Abbiamo individuato nel terreno, donato alla
parrocchia nel secolo scorso da Angelo Marangio e Anna Candido, il luogo sul
quale far sorgere una struttura comunitaria, a servizio della popolazione di
Villa.
Com’è noto, tutti i beni gestiti
sino a poco tempo fa dalle parrocchie, a partire dal gennaio 1986 sono passati
all’Istituto Sostentamento Clero.
L’Arcivescovo di Brindisi, mons.
Settimio Todisco, nella sua sollecitudine verso il popolo di Villa, ha promesso
di donare in proprietà alla parrocchia quattromila metri quadri del suddetto
terreno, ubicato alla periferia del paese, in modo che si possa realizzare un
Centro Sociale Parrocchiale.
La struttura vuol essere un luogo
di incontro per tutti: bambini, genitori, anziani; e vuole contribuire a porre
fine alla separazione così rigida tra anziani e giovani, tra uomini e donne.
Il Centro dovrebbe comprendere un
parco-giochi per i bambini, un campo da gioco polivalente, un salone per
spettacoli teatrali e musicali.
Il progetto è ambizioso e non
sarà possibile realizzarlo in brevissimo tempo.
Intanto và maturando in molti la
convinzione che si tratti di un bene comune, e che ognuno ne trarrà beneficio,
se avrà dato il contributo concreto.
Da un anno a questa parte
qualcosa si è mosso: per sensibilizzare all’iniziativa, abbiamo organizzato
delle assemblee, con il fine di creare un Comitato promotore. Nella nota i 22
nomi di coloro che hanno aderito.
Altri ancora potranno entrare a
far parte del Comitato.
In cinque abbiamo lavorato alla
stesura dello Statuto.
Si è creato un fondo economico di
un milione.
Molto rimane ancora da fare, ma
la partecipazione di altri uomini di buona volontà permetterà di abbreviare i
tempi per la realizzazione di questo progetto.
La mia proposta è che il Centro
si intitoli a Spartaco Lucarini, giornalista, morto a soli 51 anni, credente
impegnato sul fronte sociale. Torna su
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Beata Vergine Maria del
Carmelo
Memoria mariana di origine devozionale.
Il titolo del Carmelo ricorda l'eredità spirituale di Elia profeta, come
contemplativo e strenuo difensore dell'unico Dio di Israele. Sul monte Carmelo,
nel secolo XII, si raccolsero alcuni eremiti nell'intento di dedicarsi giorno e
notte alla lode di Dio sotto il patrocinio della beata Vergine Maria.  
Parroci
e/o curati si sono così succeduti:
don
Francesco Frassaniti 1768-1777
don
Felice Candido 1777-1787
don
Francesco Osnato 1787-1789
don
Liberato Parlangeli 1789-1792
p.
Verecondo 1792-1793
don
Nicola Scazzi 1794-1795
don
Teodoro Moscari 1795-1807
don
Mariano Candido 1808-1811
don
Vincenzo Faggiano 1811-1822

esterno
della chiesa
don
Mariano Mazzotta 1822-1824
p.
Bonaventura da Salice 1824-1827
p.
Salvatore da Latiano 1827-1829
don
Vincenzo Spinelli 1830-1844
don
Raffaele De Giorgi 1845-1846
don
Giuseppe Gravili 1847-1852
don
Vincenzo Menna 1852-1855
don
Raffaele Leccisi 1856-1857
don
Vincenzo Spinelli 1858-1860
don
Luigi Guerrieri 1861-1863
don
Salvatore Epifani 1864-1871
don
Ludovico Guerrieri 1872-1873
don
Luciano Serio 1875-1878
don
Vincenzo Bardi 1878-1889
don
Francesco Leuci 1889-1891
don
Pasquale Di Mella 1892-1918
can. Rodolfo
Ercolini 1918-1919
don
Angelo Leuzzi 1920-1954

ultima
cena dipinta nel 1956
don
Realino Mazzotta 1956-1984
don
Carmelo Guarini 1984-1989
don
Nino De Carlo 1989
Un
aspetto fondamentale della vita di comunità è la preghiera.
Alcune preghiere, che una ragazza ha raccolto da persone anziane,
manifestano non solo la ricchezza del sentimento popolare, ma anche la
freschezza spirituale di una vena che sembra risalire alla sorgente monastica
brasiliana.
Certo, non ci troviamo di fronte
alle altezze della preghiera e della poesia di Nettario, abate di S. Nicola di
Casole in terra d’Otranto; non manca però la tensione interiore, espressasi sia
pure in forma molto semplice.
Ticchi toccu te campana
Ticchi toccu te campana
Gesù Cristu ne stà chiama
Ne stà chiama cu ne nvita
A ddra taula sapurita;
mò ci sciamu, ne cibami,
Gesù Cristu ne piamu,
e piatu ca ne l’imu
chiui piccati nu facimu.
‘Aprite ucca, ‘aprite core,
mò ci trase nostru Signore;
iddru trase e iou lu nserru
cu nu besse chiui in eternu,
e se perdu iou le chiai
iddru trase e nu besse mai.
(sugli scalini della chiesa):
Fazzu tre scaluni santi
unu te amore
unu te tulore
e unu egniu a
du tia
amatu Signore
(in
chiesa) :
sta begnu intra
la chiesa
e bisciu Cristu
alla Cruce,
l’osse te lu
piettu me sentu tremare,
suntu nu poveru
peccatore
e nu te sacciu
salutare.
Fiiu te Diu.
Fiiu te Diu, quantu me amasti,
fiiu te la Vergine Maria;
pe tre anni lu munnu caminasti,
miraculi facisti notte e dia.
Tutici discipuli te chiasti,
te li purtasti pe toa cumpagnia,
li piasti e li comunicasti,
la taula tia pe primu li cunsasti.
Ce bellu
mangiare, ce bellu mbire,
Ma unu te ddra taula t’a tradire ;
Quiddru capia lu chiu ruessu uccune,
Quiddru sarà pe tia lu traditore.
Se ausa Giuda lu fausi inganni,
se ba pia ‘na squadra te sudati;
ui sicutati tutti fiii mei,
“ci c’è niente, cu me lu tici”
la Matre Mria lu scia cantannu.
Ce sciati facennu, ui, carusieddri mei?
Sciamu truannu Gesù lu Nazarenu;
ci l’iti istu, ne lu musciati!
Quiddru ca circati e quiddru ca uliti,
crisciu ca ‘nanzi all’uecchi lu tiniti.
Ci seminau pe barba, ci pe capiddri;
la Madonna su fiiu se ose mbrazzare;
cu na canna manu foi cantatu,
cu nu mazzu te
rose e te viole.
Santu Pietru se ne sciu retu ‘na rutta.
Chiangennu e lacrimannu,
fina a tantu Diu lu ose pirdunare.
Comu pirdunasti li toi nemici,
cusì pirduna, Diu, li malefici;
comu pirdunasti Pietru e poi,
cusì pirduna, Diu, ci fiaccu foi.
La morte di Gesù:
Cristu foi flaggellatu alla colonna,
foi battutu te gente tiranna;
Giuda ci lu tratiu, nu se lu sonna.
Ce ghiantu amaru
ca face la Madonna; Sciamu, Giovanni, incontro Maria!
Ho Giovanni, Goiovanni, quantu ulia te portu
Cu biti lu fiiu mia iu o muertu:
o iu o muertu imu scire cu lu truamu,
a casa te Caifassu, s’a turare.
Passa la lancia e la cavalleria,
li chiuei e li martieddri priparati,
mò passa Cristu e dice:
Matre mia, iou alla morte au
E ui pacenza tiniti.
Fiiu,- disse la Madonna – a tia ca cumpuerti li tulori,
ti raccumannu mutu li peccatori.
Ho peccatori ca allu munnu
Stati chini te superbia e te usura,
be preu, spessu cu be cunfissati,
la morte è riata e nu be la crititi;
ca quannu sciamu
a du ddru caru Diu,
quiddru ete lu
specchiu te lu core mia.
 

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